Spesso della storia delle classi subalterne, e di ciò che accade nelle province degli imperi, non c’è traccia nei libri. Per questo ricostruirla è difficile quanto urgente.
Ripercorriamo la storia di due anarchici umbri, Leonida Mastrodicasa e Cesare Cardinali, operai metalmeccanici nati alla fine dell’800, che diedero il loro contributo alla lotta antifascista, per la libertà e la giustizia sociale.

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?

Si domandava il lettore operaio di Brecht.

Chi costruì Tebe? La domanda appare pregnante e offre opportunità d’indagine. Possiamo affermare con una certa sicurezza che raccontare le gesta delle classi subalterne sia opera complessa anche per lo storico mosso dalle migliori intenzioni, fosse solamente per questioni di ordine metodologico. Le fonti non raccontano di quegli sconosciuti manovali. La cultura delle classi subalterne è cultura orale, sono in gran parte fonti orali quelle a cui si attinge e quindi per loro natura evanescenti e non sempre accessibili. In alcuni altri casi sono fonti scritte, elaborate dalla classe dominante, restituite attraverso i filtri deformanti di chi il potere lo amministra.

Dice bene il lettore operaio quando afferma che “Ci sono i nomi dei re, dentro i libri”.Non vi è traccia nei libri e nelle ricerche degli storici di certa storia subalterna, fatta qualche legittima eccezione come per il caso noto de Il formaggio e i vermi che apre, nella prefazione, proprio con la citazione da Brecht che ho posto in esergo. Un testo di Carlo Ginzburg che rappresenta un esempio unico di microstoria, un’eccezione nel panorama delle narrazioni storiche delle realtà subalterne. È storia scartata, è marginalità dimenticata, è muta provincia. Diventa pertanto urgente parlarne.

Per un mondo altro

Lo storico che si occupa del movimento anarchico sa per esperienza diretta che le fonti più cospicue a cui rivolgersi sono le carte di polizia, proprio quelle fonti che possiamo definire egemoniche per antonomasia, certamente utilizzabili ma, come si accennava, senza dimenticare il punto di vista fazioso di chi narra.  Essenziale è non dimenticare che quando si ha a che fare con gli strumenti del potere è necessario fare attenzione a non cadere in errori d’interpretazione, come accadde agli studiosi R. Mandrou e G. Bollème che utilizzarono la letteratura di colportage per descrivere la visione che le classi popolari avevano del mondo durante l’Ancien Régime, confondendo un prodotto letterario destinato al popolo per letteratura popolare.

Ma cos’hanno costruito? Cosa accadeva nella provincia dell’impero? Cosa siamo riusciti a rintracciare di queste vite? Archivio Centrale dello Stato, Casellario politico è il luogo da cui partiamo.

La nostra storia scartata riguarda due anarchici umbri, Leonida Mastrodicasa e Cesare Cardinali, due operai metalmeccanici nati rispettivamente nel 1888 a Ponte Felcino (PG) e nel 1881 a Perugia. I due uomini sono stati artefici di gesta di tenace e spettacolare resistenza al regime fascista e hanno contribuito a creare un clima culturale, se non rivoluzionario tout court, almeno di visione alternativa allo stato delle cose, un mondo altro. Ci troviamo ai margini di una marginalità: sono uomini che, prendendo a prestito dallo schema delle fiabe di Vladimir J. Propp, potremmo affermare che hanno ricoperto il ruolo secondario, ma fondamentale, di aiutanti dell’eroe e con lui hanno lottato senza posa. S’intenda eroe non nel senso classico di un essere semi-divino ma nel suo significato più umano possibile, di colui che affronta le prove che la vita gli riserva, consapevole della propria finitezza ineluttabile e che ciononostante non si risparmia e crede con intensità nella causa. Cardinali e Mastrodicasa hanno condiviso piani e progetti, case e rifugi, compiuto viaggi tragici, alcuni senza ritorno, con diverse personalità tra le più note e determinanti del movimento anarchico italiano.

Leonida Mastrodicasa (1888-1942)

Sono due le fotografie facilmente accessibili, che possono essere agevolmente rintracciate da chi cerchi informazioni su Leonida Mastrodicasa. Le immagini sono simili a una prima occhiata. Poche sono le differenze: un paio di baffi in una, la rasatura finissima nell’altra. La medesima giacca nera, cravatta, camicia chiara; il bianco e nero delle immagini non ci permette di accedere ai colori originali. Lo sguardo è limpido e dritto negli occhi scuri e brillanti, in un’immagine guarda verso l’obiettivo (siamo nel 1939), nell’altra invece ha lo sguardo rivolto altrove. Capelli neri, lucidi, lustrati e piegati su un lato della testa. Fronte larga e alta. Il naso dritto appena sopra le labbra morbide. Questi ritratti antichi restituiscono un volto assorto, mite e severo. Catturando il momento, il presente, ci raccontano tutt’insieme il passato: una vita. Nella fotografia in cui gli occhi sono indirizzati al di là della macchina c’è una scritta: Germania. Treviri. Non ci è dato di sapere con certezza se questa immagine provenga proprio dal campo di concentramento di Hinzert, forse scattata appena giunti nel lager quando si schedavano i prigionieri, probabilmente no, ma qualcosa lascia intendere che l’animo di Leonida abbia necessità di rivolgersi altrove, e così i suoi occhi vagano nello spazio al di là dell’obiettivo a cercare una salvezza che non troverà. Infatti non tornerà, morirà di tubercolosi, in una giornata di primavera nel maggio del 1942. 

Per la questura di Perugia l’anarchico Mastrodicasa è il numero 7598 e i connotati i seguenti: statura media, capelli castani, occhi violacei, sporgenti e grandi, naso rettilineo, voce gutturale. Pericoloso anarchico schedato: da fermare.

Nel comune di Pontefelcino, alle porte di Perugia dove Mastrodicasa è nato, gli è stata intitolata una strada e sulle mura dell’abitazione di famiglia c’è una lapide di cemento che lo ricorda. L’epigrafe recita così:

In questa casa nacque il 23 gennaio 1888 LEONIDA MASTRODICASA, che per le sue idee umanitarie subì la reazione locale e straniera sacrificando tutta la sua vita in difesa dei diritti del popolo, partecipò alla Guerra di Spagna per la difesa della Repubblica dai nazi fascisti, fu deportato in Germania ove morì nel campo di concentramento di Treviri il 20 maggio 1942, i compagni e gli amici vollero ricordarlo in questo marmo.

Un’epigrafe reticente. Salta all’occhio che non vi sia traccia della sua appartenenza e militanza politica nel movimento anarchico. Come per una svista, una dimenticanza o forse una sbadataggine? Certo fa sorgere delle domande, oppure potremmo affermare che conferma ed evidenzia quale marginalità e quale emarginazione stiamo trattando. Ma torniamo al Casellario politico. Nei fascicoli conservati si deduce che l’anarchico ha subito il controllo della polizia per l’intera sua vita, sin da quando, ancora ragazzo, lavorava come operaio metalmeccanico presso le acciaierie di Terni ed era iscritto al Gruppo libertario della città umbra. Il controllo ufficiale incomincia in quelli anni, periodo che possiamo definire di apprendistato politico per il giovane Leonida, ma l’iniziazione ai principi di libertà e uguaglianza è avvenuta nel contesto non omologante in cui è cresciuto, proviene infatti da una famiglia di “sovversivi”: un ambiente piuttosto fervente dal punto di vista politico. Non sappiamo nel dettaglio quali e quante attività politiche siano state agite dalla sua famiglia, non ci sono documenti che testimonino gesti specifici, solo quest’aggettivo: “sovversivi”. 

I genitori, Liborio e Rosa Santovecchio ad ogni modo pare lo crescano libero e precocemente indipendente. Giovanissimo lavora come fabbro e a sedici anni è già a Terni. Nel 1906 reduce dall’esperienza ternana, con l’entusiasmo e la vitalità che contraddistinguono la gioventù, la fiducia nell’idea che un mondo nuovo sia possibile “qui e ora”, fonda il Gruppo giovanile anarchico di Ponte Felcino. In seguito alle attività organizzate e svolte in quegli anni è soggetto ad ammonizioni, arresti e violenze. Mastrodicasa è protagonista di diserzioni ed esili: sorte comune tra gli anarchici, un destino a cui pare non si possa sfuggire. La prima volta diserta il servizio militare, è destinato al Reggimento di Fanteria di Piacenza ma, dopo pochi mesi, ripara a Milano finché grazie a un’amnistia riesce a rientrare a Perugia dove trova lavoro come meccanico. La permanenza perugina termina nuovamente nel giro di poco, quando in seguito alla seconda e non ultima diserzione – questa volta si rifiuta di partecipare alla guerra di Libia – si trasferisce a Ginevra. Nella città svizzera inizia a frequentare il gruppo anarchico animato da Luigi Bertoni, direttore de “Il Risveglio”, giornale anarchico a cui partecipano molte firme illustri come Kropoktin, Berneri, Fabbri e Malatesta. Mastrodicasa collaborerà al giornale per circa quindici anni dimostrando con i suoi accorati articoli una fervente propaganda antimilitarista. Il periodico ha una certa influenza nel panorama anarchico internazionale e, nonostante i notevoli ostacoli che incontra nella sua diffusione, riuscirà a pubblicare regolarmente fino al 1940 quando sarà soppresso con un decreto del Consiglio federale svizzero.

Sono gli anni del primo conflitto mondiale, la storia spinge il piede sull’acceleratore; in quest’atmosfera imperialista e di corsa agli armamenti Mastrodicasa riceve il richiamo alle armi, si rifiuta di rientrare in Italia ed è dichiarato disertore. Sarà internato nella colonia penitenziaria di Orbe nel Canton Vaud finché, ricevuto il decreto di espulsione, subirà il rimpatrio con foglio di via obbligatorio. Rientrato a Perugia viene assegnato al Regio esercito, nel plotone misto del Comando di Distretto. Fanteria. Mastrodicasa tenta una rocambolesca fuga che finirà in un nulla di fatto, viene arrestato e trasferito nella città pugliese di Brindisi direzione finale Albania. Sono gli anni della malaria, le dure condizioni di salute lo costringono a un lungo ricovero presso il Distaccamento malarici di Arpini, e a una interminabile convalescenza fino al congedo che arriva finalmente nel 1921, quando il conflitto è terminato da tre anni. Dal 1922 al 1927 vive e lavora a Milano, subisce denunce perché dichiarato antifascista e per “attività anarchica a scopi sovversivi”. Si divide tra l’attività politica e il lavoro di operaio meccanico in diverse officine lombarde. Nel maggio del 1927 è costretto alla latitanza e all’esilio in seguito a una diffida per detenzione e fabbricazione abusiva di materiale esplosivo. Parte alla volta della Francia, riesce a espatriare grazie all’intervento di alcune guide alpine che lavorano con il fratello Maro in Valle d’Aosta. Una breve sosta a Marsiglia, dove lo raggiungono la moglie Lidia Telline e la figlia, poi Parigi dove si stabilisce. In quel contesto internazionale di fuoriuscitismo politico partecipa alla fondazione della sezione dell’Unione Comunista e Anarchica italiana in Francia e del quindicinale “La lotta anarchica” che dirige insieme a Camillo Berneri e a Bernardo Cremonini (insospettabile e insospettato confidente dell’OVRA e fonte primaria delle notizie relative a Mastrodicasa). Nel 1935 prende parte a incontri e riunioni con altri esponenti antifascisti, in particolare di Giustizia e Libertà, per preparare le agitazioni in favore del diritto d’asilo e proporre l’adozione dello sciopero della fame come strumento di protesta. È tra gli organizzatori del Convegno d’intesa degli anarchici italiani emigrati in Europa al quale prendono parte una cinquantina di attivisti libertari, esuli in Belgio, Svizzera e Francia. In quella sede Mastrodicasa presenta una delle tre relazioni discusse. Nello stesso anno entra a far parte del neo costituito Comitato anarchico d’azione rivoluzionaria, insieme a Camillo Berneri, Bernardo Cremonini, Gusmano Mariani, Carlo Frigerio e Umberto Marzocchi.

Mastrodicasa fa ricorso a molti pseudonimi che testimoniano un forte attaccamento alle sue radici nella duratura condizione dell’esiliato: oltre a Mastro e Numitore, utilizza quelli di Felcino e Maniconi (il patriota risorgimentale Vincenzo, originario della frazione perugina). Mastrodicasa collabora inoltre con le testate d’oltreoceano “Studi sociali” di Montevideo e l’“Adunata dei refrattari” di New York. Siamo giunti al 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola a Parigi si costituisce il Comitato Anarchico pro Spagna, con l’obiettivo di organizzare l’invio di armi e volontari per la Spagna aggredita dalla violenza franchista. Mastrodicasa parte. In Spagna lo troviamo tra i volontari combattenti nella Sezione italiana aggregata alla Colonna Ascaso insieme a Camillo Berneri con il quale condivide la battaglia, la redazione di “Lotta di classe” e l’appartamento a Barcellona. Nella capitale catalana aderisce alla CNT-FAIb. Sono giorni intensi di lotta e riflessione, la resistenza spagnola è un organismo variegato e complesso per le diverse nature ideologiche che la compongono, non è sempre semplice orientarsi, riconoscere, decifrare con certezza il nemico. L’assassinio di Camillo Berneri, durante le Giornate di maggio, segna la fine della permanenza spagnola di Mastrodicasa. Rientra in Francia. A Marsiglia partecipa al Congresso nazionale degli anarchici italiani all’estero, nel quale si decide di trasformare la FAI in UAI, e di istituire un organo di stampa di riferimento,Il Momento”, la cui direzione è affidata proprio a Mastrodicasa e Gozzoli.

Nel 1939, malato di tubercolosi e ricercato dalla polizia francese, tenta di sfuggire all’espulsione arruolandosi nella Legione straniera, senza riuscirci. Resta in Francia e partecipa alla Resistenza parigina e nel 1941 si lascia catturare in cambio della libertà dei propri familiari; Mastrodicasa viene deportato in Germania, nel campo di concentramento nei pressi di Treviri. Il viaggio di non ritorno lo condivide con Giovanna Caleffi e altri anarchici italiani. Il cerchio si chiude, siamo giunti al 20 maggio 1942 nella clinica ospedaliera Marien-Krankenhaus dove Leonida Mastrodicasa muore di tubercolosi. 

Il governo francese assegna alla sua memoria la Legion d’Onore di III classe in quanto “eroe partigiano”, anche in questo caso, di nuovo, non si fa cenno alla sua appartenenza politica al movimento anarchico. Alla moglie è stata concessa una pensione come vedova di guerra.

Cesare Cardinali (1881-1971)

Se di Leonida Mastrodicasa possiamo addirittura immaginare una voce, forse, gutturale – così è descritta nelle carte di polizia – di Cesare Cardinali invece non ci è giunta neanche un’immagine. Non sappiamo. È acqua fosca di gora quella in cui navighiamo, si va a vista e ci si accontenta, si legge tra le righe. Le fonti sono più laconiche, materiale sfuggente. Sappiamo che è nato a Perugia il 5 dicembre del 1881, non ci sono epigrafi a ricordarlo. Sappiamo che aveva un soprannome, “il figlio del Picchio”, di Daniele e Annunziata Palazzetti. Ha fatto per tutta la vita l’operaio elettromeccanico per la Società anonima elettrica umbra. Nei documenti di polizia è descritto come frequentatore di “persone appartenenti alla setta anarchica” e “ascritto al partito anarchico”. Cardinali è un agitatore e propagandista nella fabbrica in cui lavora, tra gli operai, e con i suoi concittadini perugini. Nel 1906 sottoscrive un manifesto per commemorare la Comune di Parigi, ipotizziamo che l’esperienza comunarda abbia rappresentato qualcosa verso cui tendere, un sogno infranto ma che si è potuto annusare anche nella lontananza del tempo e dei luoghi. Collabora alla propaganda libertaria con Renzo Novatore, l’ideatore della rivista “L’iconoclasta”.

Un uomo di carta, un uomo di parola, che ha sparso volantini, opuscoli, che ha affisso manifesti e tappezzato le mura di Perugia. Una su tutte tra le dimostrazioni, memorabile per l’intera cittadinanza perugina, è quella della notte tra il 5 e il 6 giugno del 1941, quando Cardinali, dopo aver preparato una vernice indelebile nero fumo, ricopre i muri di Perugia di scritte antifasciste e contro la guerra: “Viva la libertà, morte al fascismo”, ”Abbasso la guerra”, “Proletari unitevi”.  Gesto compiuto con Riccardo Tenerini, Alfredo Tomassini e insieme al futuro leader della Resistenza perugina Primo Ciabatti con cui divide l’abitazione. 

Ardito, spregiudicato, disallineato, disobbediente, costretto all’esilio per anni: prima in Svizzera poi in Francia presso Nizza e Parigi. Ha subito controlli, perquisizioni e il sequestro dell’apparecchio radiofonico; è sospettato (“corre voce”) di ascoltare attraverso la radio i “comunicati dalla Spagna rossa” e nel giugno del 1939 è arrestato a causa di una delazione per l’ascolto di Radio Mosca. È incarcerato con l’accusa di “associazione sediziosa”, “eccitamento all’odio fra le classi sociali” e “detenzione abusiva di armi”, poi liberato e prosciolto per insufficienza di prove. Sorvegliato fino alla liberazione della sua città, nel suo fascicolo personale è conservata l’ultima richiesta d’informazione nei suoi riguardi, risalente all’ottobre 1946. Cesare Cardinali muore a Perugia il 14 febbraio del 1971.


Due contributi alle lotte per la libertà

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì? Son stati i re a strascicarli quei blocchi di pietra?

Torniamo a Brecht. Ma cos’è Tebe nel nostro caso? Non è cosa certa che la nostra Tebe sia stata edificata, è lavoro che non cessa e che non può dirsi mai compiuto. Tebe è un’idea di libertà e eguaglianza sociale, è l’idea anarchica di un nuovo mondo possibile. È un punto verso cui tendere, ed è lotta reale e impegno quotidiano al tempo stesso. La storia scartata, le vite di Mastrodicasa e Cardinali che abbiamo narrato, rappresentano il contributo a questa lotta per la libertà, contro i meccanismi di oppressione, controllo e sfruttamento. Mastrodicasa e Cardinali sono coloro che hanno strascicato quelle pietre. È storia che viene dalla periferia, dalla provincia, e rappresenta le province e le periferie, le zone liminali della società, quelle dimenticate e che andrebbero nominate. Il tentativo di questo scritto è nominarle. Nominare significa pronunciare il nome, in modo da richiamare su di esso l’attenzione; proferire il nome. Proferire significa anche offrire, contempla l’atto di veicolare la parola e insieme offrirla in un gesto di generosità e solidarietà collettiva.

Fonti: 

Archivio centrale di stato, Ministero dell’Interno, Casellario politico centrale, fascicolo Mastrodicasa Leonida; ivi Dipartimento polizia politica ad nomen;

Archivio di stato di Perugia, busta 3145, f. Mastrodicasa Leonida;

Archivio centrale di stato, Casellario politico centrale, f. Cardinali Cesare;

Archivio di stato di Perugia, busta 12 bis, f. 36 Cardinali Cesare.

Bibliografia:

L. Brunelli, G. Canali, L’antifascismo umbro e la Guerra civile di Spagna, Perugia 1992

U. Bistoni, Leonida Mastrodicasa (Numitore). Un combattente per l’Anarchia, Perugia 1995

L. Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana. L’Anarchismo in Italia dal Binennio rosso alla Guerra di Spagna, Pisa 2001

Dizionario biografico degli anarchici italiani, voci relative a C. Mastrodicasa e C. Cardinali curate da E. Francescangeli

Testimonianza di Riccardo Tenerini apparsa sulla rivista online La tramontana. Aria nuova a Perugia, 25 aprile 2010


2 risposte a “Muta provincia resistente”

  1. Avatar paolo tacchini
    paolo tacchini

    Splendido articolo, solido nella documentazione e alato nelle argomentazioni. Brava.

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    1. Avatar Francesca Palmas
      Francesca Palmas

      La ringrazio molto. Saluti cordiali

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Francesca Palmas, docente di Lettere. Laureata in Storia contemporanea e in Filologia moderna. I suoi studi spaziano dalla storia all’antropologia, dalla poesia al teatro. I suoi scritti sono apparsi su riviste storiche, letterarie, filologiche e di studi sociali, come InGenere, Otto/Novecento, Emma. Culture e pensieri libertari, rivista con cui collabora. Per la Regione Marche e Auser Marche ha curato la pubblicazione Toponomastica di genere: donne di Pergola (2024). Ha partecipato all’iniziativa letteraria ideata dalle scrittrici Giulia Caminito e Annalisa Camilli #Unite contro la violenza di genere con uno scritto, Nominare le cose (2024). Ha realizzato, con la collaborazione di Simone Massi, il documentario storico “Gabriella Gabrielli staffetta partigiana” (2025).

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