Compagna, madre, militante anarchica, scrittrice, pedagogista: tante vite in una sola. Il profilo di Giovanna Caleffi (1897-1962) è quello di una donna sempre fedele a sé stessa. Anarchica senza aggettivi, come si definiva, ha saputo ritagliarsi uno spazio di azione e libertà in un mondo che affondava nel fascismo, nel maschilismo e nell’autoritarismo le sue radici.
“L’avevo avuta tra le migliori allieve della scuola magistrale di Reggio. La trovai così intelligente, brava ed assennata e per giunta bella e sana che la battezzai “Minervina”.”
Adalgisa Fochi definisce così Giovanna Caleffi.
Fochi, insegnante di scuola elementare, scrittrice, attivista di un circolo femminile socialista a Reggio Emilia, e nota per essere la madre di Camillo Berneri (volle recitasse l’epitaffio sulla sua tomba: “madre di Camillo”), rivede in Caleffi qualcosa della dea greca Minerva, dal fine intelletto, divinità della guerra giusta e protettrice delle arti. Caleffi stupisce la sua insegnante per vitalità e ingegno e Fochi la presenta a suo figlio Camillo di cui diverrà moglie, compagna di lotta, erede e depositaria del pensiero filosofico di Berneri dopo la sua prematura e ingiusta morte; ma non fu solo un ruolo comprimario il suo e questo lo vedremo.
Da Gualtieri all’esilio
Giovanna Caleffi nasce a Gualtieri (Reggio Emilia) nel 1897 da famiglia contadina e fortemente religiosa, di radici mazziniane e garibaldine per ramo materno. Padre migrante e minatore, penultima di cinque figli, la separano molti anni dai tre fratelli maggiori (due maschi e una femmina), l’ultima figlia è più giovane di Giovanna di tre anni. La sorella maggiore, Emma Caleffi, è ricordata da Giovanna come socialista impegnata nel movimento operaio: “partecipava alle leghe operaie” e “alla sera andava alle riunioni”. I genitori, alle due ultime arrivate nella famiglia Caleffi, Giovanna e Maria, danno una buona istruzione grazie anche al raggiunto miglioramento sul piano economico dovuto al ritorno del padre dall’America. E così Giovanna Caleffi lascia Gualtieri all’età di 14 anni per raggiungere Reggio Emilia dove frequenta la scuola e prosegue gli studi.
Gualtieri è un piccolo comune della bassa reggiana che oggi conta circa seimila abitanti. Il fiume Po rappresenta un confine naturale: divide il territorio di Reggio Emilia da quello di Mantova a Nord e delimita una parte del territorio comunale di Gualtieri a Nord-Ovest.
In questa zona si coltiva il vitigno fogarina da cui si ricava l’omonimo vino: l’uva tardiva e resistente all’autunno inoltrato. La Fogarina “l’as vendumeva anca dop ai mort”, la si vendemmia anche dopo il giorno dei morti. Abitudine contadina era di conservarla nei cassetti dei comodini: i grappoli potevano resistere fino anche dopo Natale, e rappresentavano, durante l’inverno, l’unica frutta accessibile quando quello era un pasto lusso di pochi. Varietà resistente e rigogliosa simile alla Minervina di Gualtieri.
Caleffi quindi lascia il piccolo comune agricolo alla volta del grande centro: Reggio Emilia. Lì è a pensione nello stesso palazzo dove risiede il deputato socialista Giovanni Zibordi e diviene amica della figlia: insieme frequentano il circolo del PSI. Sono gli anni in cui Caleffi si allontana definitivamente dalla religione, con disappunto della famiglia, e smette di andare in Chiesa.
Nel 1915 si diploma maestra elementare, sono gli anni degli incontri con Adalgisa Fochi, tra le sue insegnanti, e con Camillo Berneri, studente di liceo classico anche lui a Reggio Emilia. I primi incarichi da maestra Caleffi li svolge nella sua Gualtieri, poi a Montecchio. Quando Berneri e Caleffi s’innamorano sono giovanissimi e dopo un anno di fidanzamento, nel 1917, si sposano ancora minorenni. Caleffi si trasferisce ad Arezzo nella casa della suocera. Nel marzo 1918 nasce Maria Luisa e nell’ottobre del 1919 a Firenze, dove oramai vive l’intero nucleo familiare, Giliana. Camillo Berneri di ritorno dalle armi riprende gli studi e sostiene l’esame di storia moderna con Gaetano Salvemini che Caleffi ricorderà come storico, educatore e amico, punto di riferimento imprescindibile per la sua formazione; negli anni Cinquanta lo chiamerà a collaborare con la rivista Volontà di cui sarà direttrice editoriale.
Negli anni venti con il fascismo che dilaga nelle strade e guadagna ambiti a colpi di rappresaglie e intimidazioni, Berneri è costretto all’esilio: nel 1926 parte per Parigi e Caleffi, che nel frattempo rinuncia al lavoro per dedicarsi esclusivamente alle cure domestiche e alla famiglia, lo raggiungerà qualche mese più tardi. Nel pieno dell’estate, il primo di agosto, Caleffi con le piccole figlie Maria Luisa e Giliana riesce a superare la frontiera italiana senza passaporto a Menton, utilizzando un po’ d’astuzia e grazie anche a un pizzico di fortuna (la guardia di frontiera è di Boretto, comune a pochi passi da Gualtieri).
Caleffi è esule in Francia dal 1926 al 1940, nel 1941 deportata in Germania riuscirà a tornare in Italia nello stesso anno, condannata al confino a Lacedonia. Vivrà in clandestinità a Napoli fino all’arrivo degli Alleati nel 1943.
Uno spazio nel “tempio di virilità”
Caleffi si definisce “un’appassionata di lavoro pratico” e fugge la definizione di intellettuale, un po’ per modestia e un po’ a causa del contesto culturale in cui agisce perché anche il mondo dell’antifascismo, come afferma Gabrielli in Scenari di guerra, parole di donne. Diari e memorie nell’Italia della seconda guerra mondiale, è stato a lungo un “tempio di virilità” e ricavarsi uno spazio autonomo di affermazione personale e intellettuale per una donna non è un fatto di certa attuazione. Il primo passo verso la militanza anarchica per Caleffi avviene dopo la morte di Camillo Berneri del 1937, quando partecipa per la prima volta a Parigi alle riunioni degli anarchici italiani rifugiati in Francia. Una sorta di svolta politica, come accadde per molte donne vicine all’ambiente antifascista, che dedite per anni alla cura dei figli e della casa, di fronte alla disgregazione dei loro nuclei familiari, intrapresero un percorso di assunzione di responsabilità pubbliche prima destinate ai loro mariti o compagni; nel caso di Giovanna c’è anche potente la volontà di raccogliere e diffondere l’eredità intellettuale di Camillo Berneri di cui si sente depositaria. È opportuno però non confondere la sua specificità di donna anarchica, dotata di una propria personale dimensione di pensiero e iniziativa, con l’adesione al progetto politico e filosofico del compagno.
Caleffi, negli anni incerti dell’esilio, dedica tutte le sue energie nel tentativo di alleviare le sofferenze e le privazioni di esuli e profughi, di porre rimedio in parte all’avverso destino dei rifugiati politici e dei loro familiari condannati alla caccia all’uomo: “Indesiderati ovunque, sospinti da frontiera a frontiera, spesso verso la morte”, come afferma Emma Goldman riferendosi ai terribili anni del bolscevismo, fascismo e nazismo. Caleffi dimostra attenzione verso l’esperienza dei rimpatri forzati e dei confinati provenienti dall’estero; scriverà nel 1956 a Ernesto Rossi, dopo la pubblicazione del suo libro La pupilla del Duce, affermando che non tutti tra i confinati riuscivano a tornare, c’era chi moriva dimenticato in qualche campo di concentramento tedesco dove era di transito come nel caso di Leonida Mastrodicasa, anarchico umbro con cui Caleffi aveva condiviso parte del viaggio di ritorno verso l’Italia e che aveva trovato la morte a Treviri il 20 maggio del 1942.
Già nel 1939 Caleffi è a conoscenza delle condizioni dei campi profughi di Argeles-sur mer e Saint-Cyprien, in Francia, e collabora insieme alla figlia Giliana al “Comitato anarchico italiano pro’ Spagna” per dare sostegno ai rifugiati della guerra civile. Gestisce insieme alla figlia Maria Luisa un piccolo negozio di alimentari nella periferia parigina e invia pacchetti ai compagni impegnati nella guerra di Spagna e a quelli espulsi.
Gli anni di un’intensa Volontà
Ma gli anni più fecondi, di scavo esistenziale e ricerca sociale e antropologica, per Caleffi saranno gli anni Cinquanta, un decennio tutt’altro che grigio, secondo l’analisi che ne fa Goffredo Fofi, e invece “ricco di sperimentazioni e proposte sociali e politiche di grande rilievo, tutte quante tese al rinnovamento di una società che si portava dietro l’ambiguità e le disparità dell’Unità e le velleità totalitarie del fascismo”, un decennio in fermento in cui “le correnti “eretiche” della sinistra libertaria sono più attente delle sinistre marxiste al tema del rapporto cittadino-Stato e alla battaglia per i diritti civili”. Il luogo, che poi è più corretto definire comunità d’esperienza, a cui Caleffi si dedicherà completamente e in cui è possibile rintracciare il suo approccio etico e programmatico al reale è la rivista Volontà, fondata nel 1946 insieme a Cesare Zaccaria, e a cui rivolgerà tutte le energie fino alla morte nel 1962. Zaccaria è un vecchio amico di Camillo Berneri, fin dal 1915, e sarà il compagno di Giovanna da 1945 al 1956, anno in cui lascerà Volontà e si allontanerà definitivamente dall’anarchismo militante e da Caleffi.
La rivista ricopre senza dubbio un ruolo rilevante nelle battaglie per i diritti civili dopo la caduta del regime fascista, uno spazio in cui sono accolte le più significative voci critiche del secondo Novecento, antesignane nelle lotte per una maggiore eguaglianza sociale e che appaiono ancora oggi piuttosto attuali. Volontà vanta una fitta rete di collaboratori: Albert Camus, Gaetano Salvemini, Guido Ceronetti, Adriano Olivetti, Aldo Capitini e Danilo Dolci tra gli altri. Ha uno sguardo internazionale per la presenza a Londra di Maria Luisa Berneri, che con la sua formidabile analisi critica dà un contributo fondamentale al dibattito pedagogico e filosofico, e con il lavoro prezioso di Giliana Berneri a Parigi: un triangolo familiare Napoli-Londra-Parigi tutto al femminile.
“Rompere barriere, seminare chiarezza”: questi i propositi, questo il progetto editoriale.
In Volontà c’è spazio per la narrazione storica, spesso in relazione a vicende dimenticate o rimosse come l’antifascismo anarchico, la vicenda umana e ideologica di Sacco e Vanzetti, il cinquantenario dell’assassinio di Francisco Ferrer. C’è spazio per l’analisi storica contingente, attenzione alle esperienze libertarie messe in pratica nel mondo come La scuola senza autorità di Alexander S. Neil, i Centri di Orientamento Sociale (COS) di Aldo Capitini, i kibbutzim palestinesi, e per le battaglie per i diritti civili, si ricordi su tutte la questione del controllo delle nascite, contro la logica del sacrificio per la riappropriazione da parte delle donne del proprio corpo e l’autodeterminazione sessuale (articoli sulla legge Merlin, sul parto senza dolore e sui pregiudizi sui “figli di nessuno”). Giovanna Caleffi si dedica con zelo alla questione del birth control anticipando uno dei temi centrali per il movimento femminista degli anni ’70. L’articolo che Caleffi scrive su Volontà anticipa e è da intendersi come premessa all’opuscolo Il controllo delle nascite scritto e pubblicato nel 1948 insieme a Cesare Zaccaria, lavoro che le costa la denuncia dall’Azione cattolica come “delittuoso” e due processi ai tribunali di Napoli e Milano. L’Italia nella quale scrive è ancora un paese imperniato sul più becero fascismo, sono ancora vivi gli effetti di una scellerata propaganda demografica in cui “il numero era potenza”, vige ancora l’art. 553 del codice penale nel quale si considera reato ogni forma di propaganda contro la procreazione. Caleffi scrive: “In Italia, bene o male, i mezzi antifecondativi sono usati già estesamente: ma quasi soltanto dai ricchi, cioè proprio da coloro che potrebbero anche permettersi di avere famiglie numerose. Tra la povera gente, invece, è assai diffuso l’aborto, che rappresenta l’estremo e disperato rimedio a cui ricorre la donna per interrompere la gravidanza fuori tempo. E, quando invece le gravidanze ed i figli si susseguono senza nemmeno le pause innaturali dell’aborto, si hanno molti figli di cui pochi sopravvivono con la rovina fisica della donna e senza alcuna residua utilità sociale, oppure sopravvivono deboli, malati, votati alla stessa vita di miseria dei padri.”
La questione dell’infanzia:
la nascita della Colonia estiva
Tra la fine del 1948 e i primi mesi del 1949 la vita di Giovanna Caleffi subisce un brusco e inatteso arresto: a Londra nel Natale del 1948 Maria Luisa perde un figlio a poche ore dalla nascita e qualche mese dopo, nell’aprile del 1949 a causa di un’infezione, probabilmente conseguente al parto, muore a soli 31 anni. Il dolore è indicibile e ardua è la ripresa per Giovanna che raccoglie il pensiero politico e pedagogico della giovane figlia scomparsa e lo porta con sé nei suoi progetti futuri.
La morte della figlia rappresenta pertanto una dolorosa svolta nella vita di Giovanna e nelle finalità della rivista, da allora la redazione inserisce tra i propri scopi il ricordo di Maria Luisa Berneri promuovendo il dibattito intorno ai suoi libri e al prezioso lavoro compiuto in termini di studio e militanza.
Giovanna Caleffi manifesta un interesse e una sensibilità spiccata verso l’infanzia svantaggiata, in una lettera di quegli anni a Lamberto Borghi, il suo principale riferimento tra i cosiddetti “pedagogisti nuovi”, descrive Napoli come “una città in cui la miseria è spaventosa ed a soffrirne di più sono proprio i bambini”; la questione dell’infanzia uscita dalla guerra è un nodo cruciale nel pensiero anarchico di Caleffi. Segue le iniziative di Ernesto Codignola, a Firenze, e Margherita Zöbeli, a Rimini (dove aveva fondato il Centro educativo italo-svizzero per gli orfani di guerra), sostiene l’azione sociale di Danilo Dolci in Sicilia recensendo l’inchiesta Fare presto (e bene) perché si muore, “[Dolci] ci addita quali sono le piaghe peggiori del nostro paese [con] la sua inchiesta in parecchie famiglie della zona di Montelepre. L’angoscioso problema del nostro Mezzogiorno vi si mostra nei suoi aspetti più tragici. Egli, così, fa sentire che c’è per tutti un compito, o grande o piccolo, al quale non ci si può sottrarre senza diventare dei disertori sul piano umano e sociale.”
Un percorso personale e pedagogico che la spinge infine alla creazione della Colonia estiva che sarà intitolata a Maria Luisa Berneri. L’obiettivo di Caleffi è “di sottrarre i figli dei nostri compagni bisognosi alle varie interessate opere assistenziali”, promuovere la passione per la pedagogia infantile che era stata della figlia maggiore, e coniugarla con la sua sensibilità verso l’infanzia dimenticata, vittima delle brutture della guerra, delle inique leggi statali e della diseguaglianza sociale.
Per Giovanna sono centrali la dimensione educativa e la formazione della coscienza, da considerarsi come elementi imprescindibili per la trasformazione della società. La colonia nasce con questi intenti: “Azione diretta sì, scioperi contro i padroni, contro le pazzesche imprese militari sì. Ma è necessario, perché la gente progredisca, maturi e diventi veramente libera, l’educazione.” La Colonia nasce nel 1950, primo anniversario della morte di Maria Luisa Berneri, e inizialmente sorge sulla spiaggia di Cesenatico poi dirottata in porzioni più modeste a Piano di Sorrento. Inizia la sua attività di pedagogia libertaria il 1° luglio 1951 e svolge un intenso lavoro nei tre mesi estivi con tre gruppi di tredici bambine e bambini provenienti dalle diverse regioni italiane. Il progetto prosegue con successo per cinque anni nonostante le difficoltà finanziarie. La Colonia chiude in deficit nel 1957 per riaprire nel 1960 a Ronchi (Massa Carrara) grazie all’aiuto e alla collaborazione dei compagni dall’estero e per l’intervento di Adriano Olivetti. L’esperienza della Colonia è da considerarsi, anche leggendo la stampa anarchica dell’epoca e le testimonianza di chi quella realtà ha vissuto, del tutto positiva. Presupposti la centralità, l’autonomia e la libertà del bambino.
Educazione e rivoluzione
Giovanna Caleffi mette in atto un anarchismo empirico e pragmatico, propone una cultura aperta al dubbio e scevra da rassicuranti ripetizioni di verità consolidate. Un esempio è la critica che Caleffi rivolge all’opera di Francisco Ferrer, pur riconoscendo il valore del pedagogista mette in atto alcune critiche al suo sistema educativo: “Le Scuole moderne rompevano gli schemi educativi della scuola spagnola di allora, mettevano in discussione il principio di autorità e il diritto dello Stato e della Chiesa di essere padroni dell’educazione dei giovani. Esse, in realtà, non potevano nella loro improvvisazione, adempiere interamente alla funzione per cui venivano istituite e contenevano in germe quei mali – dogmatismo e confessionalismo – che Ferrer rimproverava alle scuole statali o a quelle libere in mano ai preti”. Preoccupazione di Caleffi quella di non contrapporre a “un dogmatismo un’altra modalità di indottrinamento”, Giovanna ci dà un’altra testimonianza del suo pensare critico e aperto in questa riflessione sull’esperienza della Colonia Maria Luisa Berneri scrivendo: “Mentre sto per concludere sono presa da un timore: avendo detto che l’iniziativa è anarchica, non vorrei che qualcuno pensasse che noi facciamo del proselitismo per le nostre idee. Sarebbe in contraddizione con lo spirito […] che anima il nostro lavoro. L’iniziativa ha scopo formativo della personalità del bambino. Ogni adulto che vi lavora deve farsi centro di vita in comune senza ricorrere all’autorità. Il che ci porta a creare un ambiente anticonfessionale, apolitico”. Giovanna Caleffi adopera il dubbio come strumento costante di ricerca pedagogica e politica: “Uno spirito onesto non è mai orgoglioso delle verità in cui crede; il suo atteggiamento è di umiltà, è di ricerca ansiosa, inquieta di altre verità che possono essere nel pensiero e nelle azioni di tutti gli uomini di buona volontà” e aggiunge: “mentre si parla di mutare il mondo non si ha il coraggio di cominciare a mutare se stessi”. Rivoluzionare il mondo passa per la rivoluzione dentro noi stessi: educazione e rivoluzione.
Secondo Caleffi solo attraverso un impegno quotidiano concreto, fattuale e rivoluzionario è possibile il cambiamento, scrive: “Il prezzo della libertà è il tenace lavoro. Bisogna lavorare giorno per giorno, ora per ora. Ma la garanzia della libertà è la continua vigilanza. Difenderla contro lo straripare della propaganda che minaccia di sommergerci tutti, ancor più di quella fascista, contro la quale almeno resistevamo. Difenderla contro le nostre stesse abitudini che ci portano a scegliere la strada più facile o a seguire la maggioranza, perché crediamo erroneamente che nel numero sta la forza. Difenderla contro i nostri egoismi, che ci permettono di starcene comodamente nel nostro guscio, quando la libertà è calpestata vicino e lontano da noi. Se noi sapremo questo, ci sarà facile allora difendere la libertà contro i nostri nemici. Saremo pronti finalmente per la battaglia ultima: quella che ci deve portare a una società di uomini giusti e liberi.”
Sempre fedele a se stessa
La vita di Giovanna Caleffi è un arabesco di contesti e dimensioni fuse tra loro: la donna, la madre, la compagna, la militante anarchica e scrittrice, la pedagogista. Tante vite in una sola. Il profilo di una donna che fu sempre fedele a sé stessa, anarchica senza aggettivi, così si definiva. Scrive Umberto Mazzocchi sulle pagine di Volontà per annunciarne la morte nel 1962: “La sua corrente di pensiero, che è consegnata con metodica regolarità nelle annate di questa rivista, fu lineare, esemplare e luminosa. […] Vivendo nella realtà, Giovanna era naturalmente portata allo studio dei problemi sociali, alla ricerca delle forme e di mezzi più atti alla rigenerazione dell’uomo, facendo degli uni e dell’altro un tutto armonico, sul piano dell’educazione e della rivoluzione, nel quale non v’è posto per l’astratto e per l’assurdo.”
A Gualtieri c’è stata una bella mostra conclusasi da poco, Negli occhi delle donne. Storie di donne ribelli a casa di Giovanna, della pittrice Adele Lo Feudo – ALF. I volti ritratti sono quelli di donne straordinarie: Emma Goldman, Voltairine de Cleyre, Nella Giacomelli, Giliana e Maria Luisa Berneri, Giovanna Caleffi a altre ancora. Intorno al dipinto di Caleffi, c’è una fotografia che la ritrae con le figlie, lo sguardo dolce e altero che conferma i racconti di chi l’ha conosciuta e la ricorda come una donna pacata e vitale, ineffabile e concreta al contempo. Un misto di fierezza contadina negli occhi e vento di nord tra i capelli, suoni d’oltralpe e accento emiliano.
Bibliografia:
Giorgio Sacchetti, Eretiche. Il Novecento di Maria Luisa Berneri e Giovanna Caleffi, Biblion, Edizioni 2017.
Fiamma Chessa (a cura di), Giovanna Caleffi Berneri e la cultura eretica di sinistra nel secondo dopoguerra, Giornata di studi, Reggio Emilia, 22 novembre 2008, Biblioteca Panizzi Archivio FamigliaBerneri – Aurelio Chessa, 2012.
Francesco Codello, La prospettiva educazionista di Giovanna Caleffi Berneri, in “Le donne nel movimento anarchico italiano (1871-1956)” a cura di Elena Bignami, Mimesis 2018.

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